Vittorio spinse la mano verso il pannello di accesso, e la porta dell'ufficio di De Santis scivolò via con un sibilo discreto, rivelando un ambiente che gli parve improvvisamente più grande, più freddo, eppure claustrofobico. Il Direttore, Renato De Santis, era seduto alla sua scrivania, le mani intrecciate, lo sguardo penetrante fisso sulla sedia di fronte. Non c'era la solita formalità accademica nel suo atteggiamento, ma un'aura di gravità inusuale, quasi di disagio, che Vittorio non gli aveva mai visto. Il silenzio si protrasse, denso, rotto solo dal ronzio sommesso dell'impianto di climatizzazione, finché De Santis non si schiarì la voce. "Vittorio," iniziò, la sua voce piatta e controllata, ma con una nota sottile di risentimento o forse impotenza, "ho appena ricevuto... indicazioni dall'alto. Riguardano il progetto di ricerca sotto la Cupola. Le anomalie che hai rilevato, i dati 'non contemplati'... hanno attirato un'attenzione che va ben oltre il nostro Dipartimento, e anche oltre l'Università." Fece una pausa, i suoi occhi che non lasciavano quelli di Vittorio, un tacito avvertimento. "Non posso entrare nei dettagli," continuò, un velo di frustrazione che gli affiorava nel tono, "ma, in sostanza, si è deciso che, per la natura delicata e le implicazioni non chiare di questi fenomeni, la tua direzione sul progetto è... sospesa. Con effetto immediato." Le parole, pronunciate con una calma implacabile che celava una decisione irrevocabile, calarono su Vittorio come una cappa di piombo, annullando ogni possibile replica. Non era una domanda, non era una discussione. Era una sentenza, già scritta, già eseguita.
Il mondo attorno a Vittorio sembrò improvvisamente svuotarsi di ogni suono, di ogni colore. Solo la voce di De Santis, ormai lontana e distorta, risuonava nella sua testa come un'eco maligna: "sollevato dall'incarico". Era finita. La sua più grande scoperta, il varco temporale che lo aveva terrorizzato e affascinato, gli era stata strappata via, non da un collega invidioso o da un limite scientifico, ma da un'ombra indefinita, da "indicazioni dall'alto" che portavano sicuramente il marchio inconfondibile dei servizi segreti. Il loro monito sulla "sicurezza nazionale" e le "conseguenze estreme" si materializzava ora nella realtà, freddo e ineluttabile. Sentì una vertigine sorda, Eloisa, Giulio, Luca, Valentina, l'IA e il tempo stesso che gli si schiantava addosso con una forza devastante. Il suo lavoro, la sua ossessione, la sua prigione, era ora nelle mani di qualcun altro, qualcuno che non capiva la vera natura di ciò che aveva risvegliato, qualcuno che avrebbe potuto "aprire completamente" quel varco non spaziale, ma temporale, con conseguenze inimmaginabili. Il controllo che aveva cercato di mantenere, il sacrificio delle mezze verità, tutto era stato vano. Era solo un piccolo pezzo in un gioco molto più grande e pericoloso, un gioco in cui le regole erano dettate da forze che non poteva comprendere né contrastare.
Il silenzio che seguì le parole di De Santis nella sua mente fu più assordante di qualsiasi urlo. Vittorio non rispose, non ne era capace. La sua più grande scoperta, la sua ossessione, il suo incubo, gli era stata strappata via con la fredda burocrazia di un ordine superiore. Il mondo si svuotò di ogni colore, lasciando solo una patina di grigio opaco sul suo sguardo. L'idea di tenere la lezione del pomeriggio e, di parlare di principi fisici che lui stesso aveva appena visto stravolti dalla realtà, era un'assurdità insopportabile. Inviò un messaggio laconico al coordinatore del dipartimento, un'imprecisata "emergenza personale" come scusa per la sua assenza, la mano che tremava leggermente mentre premeva invio, la gola stretta in una morsa. Lasciare l'ufficio di De Santis, poi i corridoi dell'Università, fu un calvario muto. Ogni studente che incrociava, ogni ronzio di strumento nei laboratori, ogni ologramma didattico che fluttuava nell'aria, erano pugnalate silenziose, ricordi di una vita accademica che gli era stata strappata, un simulacro di normalità che non poteva più sopportare. Non c'era un luogo lì dentro in cui sentisse di poter respirare. Doveva uscire, doveva fuggire.
Senza una meta precisa, Vittorio si ritrovò a vagare per le vie di Firenze, il passo strascicato e pesante, gli occhi verdi spenti che vagavano senza posa. La città, avveniristica eppure eternamente antica, gli appariva distorta, una scenografia elegante dietro cui si nascondeva un segreto terrificante e la presenza invisibile di agenti spietati. Le navette elettriche sfilavano silenziose, gli ologrammi di street art danzavano sui muri, ma lui vedeva solo ombre, presenze invisibili, la minaccia di un controllo onnipresente. Camminò finché il profilo imponente della Cupola del Brunelleschi non gli si parò davanti, svettando contro il cielo livido di metà pomeriggio. Non era più solo un simbolo di genio umano o un sito di ricerca; era la cicatrice aperta nel tessuto del tempo, il cuore pulsante del suo incubo, una presenza colossale e silenziosa che nascondeva un abisso inimmaginabile, ora non più sotto il suo controllo. Il desiderio di intorpidire il dolore divenne un'esigenza fisica, quasi un richiamo. Trovò un piccolo bar automatizzato sotto i portici di San Lorenzo, un luogo discreto. Si sedette su uno sgabello alto, ordinando un bicchiere di whiskey. Poi un altro. E un altro. Ogni sorso era un tentativo disperato di spegnere il frastuono nella sua testa, di annegare il senso di sconfitta, di far svanire l'immagine di Eloisa terrorizzata e di Giulio ferito, e il ricordo degli occhi di ghiaccio di Morandi. L'alcol non portava oblio, solo una patina di intorpidimento, un velo sottile che non celava il vuoto, ma lo amplificava, facendogli sentire più forte che mai la sua solitudine e la sua impotenza di fronte a forze che lo superavano.
(Continua nei prossimi post)
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